Cagliari come polo di innovazione

27/04/2017

Cagliari, terra di mare e di sole, di tradizione e di persone! Questo è quello che si percepisce mentre si passeggia tra le vie della città, nelle quali tra gli abitanti e le costruzioni, si distingue la cultura e l’origine di tutta l’isola! I popoli che nella storia l'hanno abitata sono stati così numerosi e diversi da infonderle un carattere ospitale e aperto verso chiunque abbia l’occasione di soffermarsi.

Imprese, startup, ecosistema, tecnologia, incubatori, innovazione… Nessun errore nel testo: chi pensa che si stia parlando di altre realtà si sbaglia: nonostante sembrino tematiche lontane, Cagliari è anche questo!
Storicamente difatti, nonostante le criticità date dall’essere situata su un’isola, Cagliari è la città che non si è mai rassegnata a stare ai margini delle dinamiche dell’innovazione; dal ruolo centrale nello sviluppo e nell’adozione di internet e del digitale in Italia, al far nascere Video On Line e Tiscali, e ancora la sede del primo quotidiano italiano pubblicato online.
Attualmente sono molteplici i progetti attuati e che negli anni nascono e si ripetono portando alla luce delle idee e delle menti che riescono, alla pari di altri sistemi sia nazionali che non, a realizzare dei business complessi in modo professionale e all’avanguardia. A supporto di questa attività, possiamo vantare alcuni incubatori di startup (The Net Value, l’Open Campus di Tiscali e il Clhub nel circondario), ma soprattutto il progetto del Contamination Lab, un percorso di formazione non tradizionale promosso dall’Università degli studi di Cagliari e mirato alla creazione e allo sviluppo di progetti innovativi. Inoltre è da evidenziare il supporto alle sopracitate iniziative da parte di istituzioni e partner importanti quali, tra le più importanti, Sardegna Ricerche, Banco di Sardegna, Crs4 e amministrazioni locali.
La modalità in cui spesso ci si trova a lavorare in questi ambienti non è da sottovalutare: sempre più spesso si ricorre a degli spazi di co-working, che diventano una sorta di “rete d’imprese” nelle quali le singole competenze e le diverse professionalità si mixano per rispondere a specifiche richieste che giungono dal mercato. Sono tutti “ingredienti” che portano alla creazione di vero valore nel territorio in cui viviamo, anche se spesso non abbiamo la sensibilità di percepirlo. Ma sono anche ingredienti che tra loro devono lavorare in modo coordinato, e non singolarmente! Spesso questo obiettivo è molto difficile da raggiungere, soprattutto per la diffidenza e la tendenza al lavorare in autonomia che caratterizza il nostro popolo.
Ma Cagliari, e in più larga scala la Sardegna, è una terra che merita e che ha tutte le possibilità per trovare dal suo interno la forza per essere sempre più “centro di innovazione” nel duplice aspetto che la caratterizza, al fine di essere da stimolo per le molteplici attività, tra cui il settore turistico che, sempre più, appare sfuggente.

Questo è principalmente un invito a metterci del nostro, favorendo il più possibile lo “scambio” inteso come impegno, supporto, investimento e disponibilità. La competizione è basilare, ma per avere un risultato sano e produttivo deve essere unita alla collaborazione!

Matteo Cogoni

Cagliari, la città delle opportunità (?)

19/04/2017

Qual è l'unità di misura che ci permette di quantificare l'innovazione? Il denaro, legato all'incremento dello sviluppo tecnologico, sociale, economico? Il PIL? Il consenso elettorale? La diminuzione del tasso di disoccupazione? Le diverse prospettive di studio sono tante e tutte alla base necessitano di fatti.

Dato che basta digitare su un motore di ricerca qualsiasi “Cagliari polo di innovazione” per trovare 124.000 risultati e 8 ricerche correlate, tutti possono sapere che le multinazionali Avanade e Amazon hanno aperto un polo ITC già dal 2015 che ha offerto più di 600 posti di lavoro ai sardi; che nel cuore della città, nell'ex manifattura Tabacchi, verrà allestito un enorme spazio di co-working dedicato al sempre crescente numero di start-up innovative nate grazie ai diversi programmi di incentivazione all'imprenditorialità; che Cagliari è stata indetta Città Metropolitana nel 2016 con il conseguente approvvigionamento di finanziamenti pubblici per migliorare le infrastrutture; che Cagliari è “Città europea dello sport 2017” e grazie a questo stanno allestendo ovunque palestre a cielo aperto nell'ottica di una innovazione nell'ambito del fitness outdoor; che Cagliari ha vinto il “Cities Challenge Italy” e potrà essere presentata come città imprenditoriale italiana al prossimo Global Entrepreneurship Congress, dove saranno premiati i migliori progetti innovativi presentati dai giovani cagliaritani.

Potremmo continuare all'infinito, in un turbinio di notizie e attività che sembrano spingerci a rispondere semplicemente: “Cagliari è certamente una città innovativa!”.

Eppure se ci fermassimo solo a queste brevi considerazioni, la nostra riflessione sarebbe davvero ben poco innovativa.

Invece, il punto di vista che mi piacerebbe analizzare è quello dove innovazione e opportunità si intrecciano a tal punto da non comprendere più a quale delle due sussegua l'altra; il punto di vista di chi non aspetta di leggere “buone notizie”, di chi non si ferma ai numeri, di chi non compare nei giornali o nei social, di chi cerca di fare la differenza. Quello dove l'opportunità quantifica e qualifica l'innovazione.

Come misurarla? Come per tutte le altre unità di misura sopra descritte, partiamo dai fatti.

In un'epoca di recessione nella quale ci troviamo, di carenza di lavoro, di poche prospettive future, ancora in tanti abbandonano la città per cercare fortuna altrove. Questo è un dato di fatto. Le aziende non assumono e sfruttano. Altro dato di fatto. Le imprese sono al collasso a causa delle continue pressioni fiscali alla quale sono sottoposte, ultima ma non meno importante considerazione.

Eppure, ci sono due ragazzi, entrambi laureati in ingegneria e disoccupati, che hanno comprato una piccola barca a vela, ormeggiata al porto di Marina Piccola, e da aprile a ottobre organizzano gite per piccoli gruppi nelle calette nascoste del golfo di Cagliari, offrendo inoltre un aperitivo in mezzo al mare; e c'è una coppia, che per arrotondare, organizza cene a tema a casa propria e propone piatti alternativi e accattivanti che non si trovano nei ristoranti della città; c'è una piccola realtà associativa, che ha portato per la prima volta in città la realtà della disciplina dell'Art du Deplacement direttamente dalla Francia e sfrutta gli spazi aperti di Cagliari per svolgere i propri allenamenti; e c'è un ragazzo che gestisce due ristoranti nel centro di Cagliari, che ha ristrutturato un locale e a breve aprirà il primo bar affitta-camere; e c'è una ragazza che promuove uno stile di vita vegano e realizza prodotti per la cura del corpo 100% vegetali e homemade.

Potremmo continuare all'infinito.
E' chiaro che l'intenzione di questa riflessione non è quella di entrare in un dibattito deontologico o esistenziale sul “negativismo” e il “positivismo”. L'intenzione è quella di alimentare risposte a partire dalla domanda iniziale.

Come qualificare o quantificare l'innovazione, quindi?

La risposta sembra essere una sola: sono le opportunità a determinare l'innovazione; e queste nascono dal provare a costruire, dal restare, dal mettersi alla prova, dal giocare tutte le carte, dal tentare ancora una volta.

Ecco quindi che innovazione diventa fare la differenza a partire dal piccolo, è inventare soluzioni, è andare oltre una ricerca su internet, è scoprire realtà di cui non si parla. La vera innovazione è informarsi, conoscere in profondità, non essere scettici, non storcere il naso e decidere di rispondere “si” con piena consapevolezza e certezza alla domanda: “Cagliari polo di innovazione?”.

Martina Parodo

L’importanza delle fonti nelle analisi di mercato

06/04/2017


Nelle moderne analisi di mercato, i ricercatori hanno la possibilità di attingere da una innumerevole quantità di informazioni e dati provenienti da fonti di diverso tipo. In relazione alla fonte designata è possibile ottenere determinati tipi di informazioni, più o meno utili a seconda dello scopo della ricerca.

Al fine di scegliere la fonte più idonea al tipo di studio che si vuole effettuare è necessario definire gli obiettivi della ricerca stessa. In base al fenomeno oggetto di osservazione, infatti, è plausibile che le uniche informazioni disponibili siano da reperire attraverso un’indagine sul campo piuttosto che con uno studio svolto prettamente in laboratorio. Definiti oggetto e obiettivi dell’analisi è quindi possibile individuare il canale da cui reperire i dati utili.
A seconda della provenienza delle informazioni che si intende raccogliere si può distinguere tra fonti interne e fonti esterne. Le fonti interne, che comprendono in particolare studi di trend passati e dati precedentemente raccolti, sono utilizzate tipicamente al fine di individuare elementi di prevedibilità nel comportamento di un determinato fenomeno, basando lo studio su documentazioni proprie del ricercatore. Quando, invece, i dati utilizzati per sviluppare l’analisi sono contenuti in documenti non direttamente posseduti dal ricercatore o provengono da soggetti esterni all’ente che effettua il suddetto studio, si parla allora di fonti esterne.
Le differenze fra questi due tipi di fonti sono piuttosto evidenti: mentre i dati provenienti da fonti interne risultano essere di più facile e meno onerosa reperibilità, a discapito di una minore attendibilità (proprio perché chi definisce gli obiettivi della ricerca può essere lo stesso soggetto che ne fornisce gli elementi su cui essa si basa), le fonti esterne, invece, hanno il pregio di fornire informazioni dotate di una maggiore attendibilità rispetto a quelle provenienti da fonti interne ma, per la cui raccolta vengono utilizzati strumenti e tecniche che comporteranno maggiori costi. Si evince che, in base al canale informativo che si sceglie, anche qualità e quantità (inteso come numero di dati reperibili) dell’analisi ne risentono.
Entrambe queste classificazioni risultano, tuttavia, essere riduttive nel descrivere la quantità di elementi dai quali è riscontrabile evidenza sufficiente al fine di consentire ai ricercatori di trarre conclusioni. Sicuramente, a seconda che si voglia indagare sfruttando una fonte interna o esterna, cambieranno gli strumenti che saranno utilizzati nonché le tecniche adoperate per analizzare i dati raccolti. Tuttavia, è di fondamentale importanza che la fonte designata (documenti, interviste, deduzioni ecc.) sia il più possibile correlata ed inerente con l’oggetto e lo scopo della ricerca. In questo modo, al momento dell’analisi e nella stesura delle conclusioni, il ricercatore potrà utilizzare dati che descrivono in modo puntuale il fenomeno in studio. Si può inoltre intuire che, quanto più questi elementi probatori sono recenti e provengono da una fonte sicura e verificata, altrettanto maggiore sarà l’attendibilità dei risultati dell’analisi stessa (ad es. il parere di un campione di soggetti su un prodotto sarà più “veritiero” rispetto ad un’indagine statistica sui dati di vendita dello stesso prodotto proprio a causa della complessità insita nelle decisioni d’acquisto).

Da questa serie di premesse si può intuire immediatamente come la scelta delle fonti delle informazioni sia assai complessa e condizioni tutte le fasi dell’analisi di mercato fino ad influenzarne i risultati stessi.

                                                                                                                                                                                                                                            Alessio Puddu

Competitivi, ma uniti

30/03/2017

Competizione...un termine tanto frequente quanto potenzialmente dannoso.

La necessità di prevalere sugli altri ha permesso all'uomo di evolversi ottenendo degli ottimi risultati.

Sin dall'infanzia si viene spinti a competere, nei continui confronti con i coetanei:a scuola, nello sport... questo ha dei riflessi nel carattere del bambino e si manifesta nei comportamenti quotidiani fino all'età adulta.

Insomma, è un qualcosa di fortemente radicato nella nostra società, che influenza i modi di vivere e rapportarsi.

Un aspetto positivo della competizione può essere ricercato nella tendenza al miglioramento continuo. Cercare di essere il migliore spinge infatti le persone a perfezionarsi avendo come riferimento le capacità degli altri. Con l'obiettivo di ottenere maggiori performance, alcune imprese hanno perciò incentivato le competizioni all'interno del proprio organico, anche attraverso il riconoscimento di premi e benefits ai dipendenti con i migliori risultati.

I benefici trovano però un limite nel momento in cui la competizione diventa eccessiva: lo stress continuo che i dipendenti devono sopportare non necessariamente comporta un aumento della produttività, può infatti costituire un limite alla creatività e alle normali capacità della persona. Inoltre, i dipendenti meno competitivi tenderanno ad allontanarsi dal gruppo limitando di conseguenza il loro apporto di idee e conoscenze.

Ci si può dunque chiedere: quanto è veramente utile la competizione?

Molte imprese si stanno ponendo questa domanda e negli ultimi anni si sta assistendo ad un'inversione di tendenza volta più alla collaborazione. Fin ora infatti sono stati premiati i collaboratori per il raggiungimento dei loro obiettivi individuali, prescindendo dalla loro capacità di collaborazione.

Ultimamente invece, si cerca di stimolare la collaborazione attraverso la creazione di gruppi di lavoro nei quali le conoscenze dei membri si incontrano raggiungendo dei risultati decisamente superiori di quelli prospettabili in caso di lavoro autonomo; si viene a creare una vera e propria sinergia. Ognuno di noi ha infatti abilità ed esperienze diverse, e la collaborazione permette di creare un contesto ricco e fertile per apprendere e innovare. Lo scambio di conoscenze permette inoltre all'impresa di essere più flessibile in un contesto dinamico e imprevedibile come quello attuale.

Oltre ai gruppi di lavoro, alcune imprese stanno sperimentando delle attività di team building che i collaboratori possono svolgere nelle pause dal lavoro o direttamente al di fuori dell'ambito aziendale; queste possono essere attività sportive di gruppo (trekking, canoa, escursioni), giochi da tavolo, escape room, adventure aziendale e altre. Attraverso questo tipo di attività i dipendenti potranno sviluppare le cosiddette soft skills, competenze trasversali fondamentali come la capacità di ascolto e comunicazione, che permettono di migliorare le relazioni interpersonali. Senza queste competenze si vanificherebbe l'utilità dei gruppi di lavoro.

L'ambiente che si viene così a creare aumenta il senso di appartenenza dei dipendenti all'azienda e quindi un maggior impegno nel raggiungimento degli obiettivi.

È importante sottolineare che competizione e collaborazione possono convivere e non sono necessariamente l'uno limitativo dell'altro, la chiave del successo sta nel mix dei due. Le persone possono e devono trovare degli spunti di miglioramento nelle capacità degli altri, ma è importante anche e soprattutto rendersi disponibili a diffondere le proprie conoscenze e collaborare insieme per risolvere al meglio i problemi che quotidianamente ci si trova ad affrontare.


Sta al manager trovare il giusto equilibrio tra competizione e collaborazione e trasmetterlo al proprio organico.

Silvia Deiana

Stile di Direzione: stai guidando al meglio il tuo team?

22/03/2017

Todd è il Manager della Divisione Vendite di un’importante azienda americana, con funzioni esternalizzate all’estero; il suo ufficio è a Mumbai e il suo staff è totalmente indiano. Todd comunica con i suoi colleghi anche con il linguaggio del corpo e mentre parla con loro, spesso poggia una mano sulla spalla dell’interlocutore per mostrare empatia. Un giorno Todd viene richiamato per molestie sul lavoro, da lui esercitate. Il Manager è imbarazzato, Cosa è successo?

Questo esempio, tratto dalla esilarante serie TV a tema aziendale Outsourced, è un utile spunto per esaminare l’importanza della cultura nello Stile di Direzione. Dirigere un gruppo di lavoro o un ufficio, guidarlo al raggiungimento degli obiettivi aziendali è un compito che poggia sulla personalità e sulla conoscenza delle scienze sociali quanto sulle strategie operative; uno strumento che può aiutarti nella guida del personale è la cultura.

Per cultura si intende l’insieme di valori e concezioni proprie di una persona o di una comunità: il modo di salutarsi, come si compie una critica costruttiva efficace oppure, come sopra, cosa puoi trasmettere agli altri usando il contatto fisico. Un buono stile di direzione poggia su una cultura aziendale forte che promuove i suoi valori attraverso il Clima di Lavoro: l’ambiente relazionale, l’aria che tira in ufficio.
Per instaurare un modello di valori che caratterizzi il tuo stile di direzione o una più generale Cultura di Impresa non tutti i modelli sono efficaci: nessuno si affiderebbe a uno stile di direzione dispotico, o al contrario, totalmente lassista; ma come si ottiene concretamente il giusto stile?

Il primo passo per costruire uno stile di direzione vincente è conoscere i valori più ispiranti e motivanti per i tuoi colleghi: competizione o partecipazione al lavoro di squadra? Ambiente creativo, orientato al risultato o strettamente operativo, legato alle direttive?

Il reparto che coordini e il modello di Business escludono subito i valori meno adatti, a seconda che lavori in un team di comunicazione o nell’ufficio di revisione contabile, dopodiché spetta a te individuare quali modelli fanno il benessere della squadra. Un consiglio? Si lavora sempre meglio con le persone che conosci, di cui hai stima e fiducia: Perché non organizzare delle occasioni di incontro fuori dall’orario di lavoro? Favorirà la coesione del tuo gruppo.

Il secondo passo è suggerire il comportamento che vuoi ottenere dai tuoi colleghi, che in primo luogo devi offrire tu stesso con i fatti. Conoscere il clima di lavoro che vuole percepire il tuo team ti aiuterà a capire come farlo: spiegando apertamente al gruppo come vorresti fosse vissuta l’esperienza di lavoro, oppure Condizionando il gruppo con risposte precise ai comportamenti che vuoi promuovere o per sconsigliare quei comportamenti controcorrente, che non favoriscono il buon lavoro del gruppo. Steve Jobs licenziava i dipendenti in ascensore, elabora il tuo modo.

Il terzo passo è esaminare le risposte dei colleghi. Il gruppo reagisce allo stile di direzione con un feedback, un’occasione per migliorare lo stile e la motivazione del gruppo di lavoro. Inoltre, non tutti sono abituati ad esprimere apertamente dissenso, per cui ragionare attentamente sulle reazioni dei colleghi preverrà che qualcuno incappi in una sindrome da burnout o decida di lasciare il gruppo per incomprensioni evitabili a un esame più attento.

I metodi di organizzazione aziendale sono in continuo aggiornamento. Non perdere occasione di informarti, di verificare le nuove conoscenze in questo campo e ricorda che la migliore soluzione per il tuo stile di direzione è sempre quella impostata su misura per il tuo team.

Claudio Betti

Il Diversity Management

16/03/2017


Le imprese attualmente, hanno a che fare con una forte diversificazione degli individui nella società in cui viviamo. Il Diversity Management fornisce le linee guida per l’analisi delle risorse umane, la loro conseguente organizzazione e la loro gestione a seconda delle proprie peculiarità e ciò che individualmente possono dare in termini di incremento di valore nelle organizzazioni. Si  tratta  di  passare  dal  concetto  di  gestione  delle  risorse  umane  al  concetto  di  gestione  delle  diversità  delle persone  in  azienda. 


Soprattutto  nell'ultimo  decennio,  stiamo  assistendo  ad  una  crescente  apertura  mentale  a livello nazionale  e  si  sono  posizionati  nel  mercato  del  lavoro  uomini  e donne  di  diversa  età,  nazionalità,  con un differente  orientamento  sessuale  e  religioso,  ed  affetti  o  meno  da  una  disabilità  primaria  o  secondaria.  Queste diversità  fra  le  persone  producono  un  incremento  di  complessità  organizzativa  che  richiede  di  essere  gestita  in modo tale da massimizzare i  benefici  ottenibili  da essa  e, contestualmente, minimizzarne i  costi.


Dai  primi  anni  2000  in  Italia  si  parla  di  Diversity  Management  attribuendogli  significati  diversi  e  lontani  tra loro. È stato  definito  come  approccio  diretto  a  gestire  “questione  tra  donne”  nelle  imprese, come  insieme  di azioni  atte  all'inserimento  di  una  minoranza  di  gruppi  di  lavoratori/trici  nel  mondo  del  lavoro,  considerando infine  che  sarebbe  stato  più  appropriato  definirlo  come  un  approccio  organizzativo  strategico  che  vede  nella diversità  delle  persone  e  nella  loro  gestione  differenziata,  efficace,  efficiente  ed  equa,  una  fondamentale  fonte di  vantaggio  competitivo  attraverso  la  quale  posizionarsi  nel  mercato , ottenendo  migliori  risultati  in  termini economici,  di  competitività  e  di  immagine, in  una  realtà  imprenditoriale  che  valica  i  confini  nazionali  ed internazionali.

L’azienda che sceglie  il  Diversity  Management  come  approccio  organizzativo,  si  ritrova  a  definire  le dimensioni  di  diversità  che  vuole  affrontare  in  modo  “mirato”  e  stabilisce  la  logica  strategica  che  ritiene  più opportuno  utilizzare  per  gestirle:  conformarsi  o  creare  valore.

L’organizzazione  che  tende  a  conformarsi  mira alla  gestione  della  diversità  per  rispondere  a  obblighi  di  legge  o  per  evitare  pubblicità  negativa , o per  evitare e/o ridurre  al  minimo  i  costi  che  possono  derivare  da  una  cattiva  gestione  di  quella  diversità  (es.  costi  connessi  a conflitti,  problemi  di  comunicazione,  mancanza  di  integrazione  e  collaborazione). Più  evoluta  è quell'organizzazione  che  punta  alla  creazione  di  valore,  che  ha come obiettivo la  gestione  di  una  diversità  o  la risoluzione  di  una criticità connessa  alla gestione di  una diversità,  per aumentare la competitività delle persone, dei  gruppi  di  lavoro  e  dell’azienda  nel  suo  complesso , o per  evitare  di  veder  ridotta  la  motivazione,  la soddisfazione  e  la  produttività  dei  lavoratori/trici,  creando  così le  necessarie  condizioni  di  lavoro  per  permettere  a ciascuno  di  dare  il  meglio di  sé.

A  seconda  della  logica  strategica  adottata  e  degli  obiettivi  strategici  di  gestione  che  l’azienda  si  prefigge  di raggiungere,  verranno  realizzati  interventi  diversi  che  potranno  tradursi  operativamente  in  differenti attività che possono essere:

 

 

  • Sviluppo della motivazione dei lavoratori;
  • Sviluppo della capacità di apprendimento dell’organizzazione (che prevede disponibilità al cambiamento);
  • Gestione della sostenibilità dell’azienda e della responsabilità sociale;
  • Gestione dell’equilibrio fra lavoro e vita privata (work-life  balance = WLB);
  • Gestione dell’attrattività dell’organizzazione sul mercato;
  • Gestione dei talenti e  trattenimento delle  persone  chiave;
  • Gestione della flessibilità organizzativa;
  • Gestione della globalizzazione/internazionalizzazione;
  • Attività per il miglioramento  della comunicazione  interna e  della leadership.

 

 

 

Attualmente il  DM  viene utilizzato  maggiormente da  multinazionali,  aziende  a  forte internazionalizzazione,  aziende  che  seguono  strategie  di  differenziazione  sul  mercato,  aziende  impegnate  nel campo dell’innovazione e  aziende  che  vivono fasi  di  cambiamento (sia strategico, sia dovuto a eventi  quali  fusioni  e acquisizioni), ma, non nega la possibilità di essere adottato e impiegato come approccio strategico dalle aziende di piccole, medie e grandi dimensioni.

Giulia Pitzalis

Global 500

03/02/2017


Brand Finance ha pubblicato la Global 500, la classifica annuale che mette in fila le aziende che valgono di più. Dopo 5 anni di dominio, Apple viene scavalcata da Google nella lista delle aziende con il valore economico più alto del mondo.

Il valore di Google è aumentato del 24% rispetto all'anno scorso raggiungendo l'incredibile cifra di 109,5 miliardi di dollari (101,8 miliardi di euro). Google ritorna sul gradino più alto del podio, che aveva perso nel 2011, e conferma anche di essere il brand più all'avanguardia nel campo tecnologico: rimane leader nella ricerca web e nella raccolta pubblicitaria dove ha registrato un aumento del 20% degli introiti. Oltre all’analisi dei grandi colossi mondiali, andiamo ad analizzare le eccellenze italiane. Uno dei marchi con maggiore forza risulta essere Ferrari che, nella speciale classifica guidata da LEGO, si posiziona al quarto posto tra le aziende con il marchio più forte. La casa automobilistica di Maranello (controllata dalla società olandese Ferrari N.V.), riguadagna il rating AAA+ grazie ad un netto miglioramento degli investimenti e del fatturato. Ferrari risulta essere una eccellenza dal punto di vista del marchio, del suo sfruttamento e della sua commercializzazione anche se dal punto di vista del valore completo, anch’essa soffre, tanto da ritrovarsi in 258esima, posizione.


Infatti torniamo alla classifica dei marchi con maggior valore economico e il primo brand italiano che troviamo, risulta essere di Eni che, con un valore di 10,4 miliardi di euro, si piazza alla 122esima posizione della classifica generale con un incremento del 26% rispetto all'anno scorso. Tra i brand del Paese seguono Enel (203esimo), Gucci (219esimo), Telecom Italia (239esimo), Ferrari (258esimo), Gruppo Generali (301esimo), Intesa Sanpaolo (371esimo), Poste (423esimo) e Prada (463esimo). È molto interessante notare come nella top 500, non si trovi FCA (Fiat Chrysler Automobiles) né Unicredit, le quali nell’anno trascorso hanno subito una fase di flessione.

 

Il riassunto nella nostra infografica:

 

global 500

 

Efisio Farci

L’ambiente di lavoro ideale

20/01/2017

Nell'economia moderna, dove il dinamismo dei soggetti e il lavoro in team ricoprono sempre più un ruolo fondamentale, l’ambiente nel quale i soggetti si trovano ad operare risulta essere un elemento cardine per la performance dei singoli e dei gruppi di lavoro.

Ma che caratteristiche deve avere l'ambiente di lavoro ideale?
Possiamo elencarne, che sono riportate nella nostra infografica (fine articolo).

 

  • Ambiente positivo
    Un ambiente rilassato aiuta a creare sinergie positive e innescare un processo di crescita efficiente del lavoro. In un contesto di questo tipo, i colleghi ridono e parlano mentre lavorano.
  • Comunicazione chiara e trasparente
    Il linguaggio, sia esso verbale o non verbale, costituisce le fondamenta del rapporto sociale e quindi della vita di gruppo. All'interno di una sana comunità lavorativa è essenziale che ci sia la possibilità di essere aperti e disposti a condividere fatti e dettagli sul proprio lavoro senza subire alcuno stress.
  • Basso ricambio dello staff
    Uno scarso numero di cambiamenti del personale indica che i dipendenti hanno un buon rapporto con il luogo di lavoro e non avvertono la necessità di un cambiamento. Inoltre, aiuta a formare legami di fiducia stabili e duraturi tra colleghi.
  • Opportunità di carriera
    Sapere di poter crescere all'interno di una realtà aziendale porta chi ci lavora a incrementare le proprie abilità. Si potrà sviluppare così un agonismo positivo che aiuta sia in termini di rendimento che di soddisfazione personale. I manager attribuiscono ai dipendenti compiti e competenze di sempre maggior responsabilità, innalzando il livello delle loro abilità e testando le reazioni.
  • Supporto tra colleghi
    Il rapporto solidale tra colleghi e l’atmosfera generale influiscono enormemente in modo positivo sul contesto ambientale. In un luogo di lavoro positivo e rilassato, i colleghi accolgono calorosamente ogni nuovo ingresso e sono partecipi del successo degli altri.
  • No Pettegolezzi
    “L’importante è che se ne parli”, diceva qualcuno. Ed è vero, ma apertamente e fronteggiando una discussione. Solo in questo modo è possibile mantenere un ambiente di lavoro sano, cercando di contenere odi e invidie in favore di rapporti chiari e amichevoli.

 

 

La combinazione di queste permette ai soggetti di poter lavorare al meglio; consentendo loro di incrementare la loro capacità produttiva fino al 12%, oltre a favorire la crescita della competizione interna fino al 20%.

Ecco di seguito l'infografica riassuntiva:

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Fonte dati: Resume Professional Writers

Efisio Farci

L’evoluzione nel mondo dei tirocini

10/10/2016

Il percorso verso il conseguimento della laurea, spesso difficile, può essere
Formationparagonato ad un lungo cammino in un arido deserto. Miraggi di un’insperata festa di laurea, voglia di mollare tutto e cambiare percorso o persino iniziare a lavorare. Oasi in cui dissetarsi non può che non essere la sede dell’azienda per il proprio tirocinio; ossigeno per i polmoni, acqua per rendere meno difficile la propria carriera, testando e capendo la differenza tra il mondo universitario e mondo del lavoro, ma anche opportunità di allacciare nuovi contatti con chi in quell'oasi ci abita ed è in grado di insegnare  i trucchi della professione.

Una delle più grandi difficoltà di questa esperienza che ha tra gli obiettivi quello di far saggiare il mondo del lavoro mettendo in pratica le conoscenze apprese negli anni di studio è, sicuramente, individuare l’azienda più adatta alle proprie esigenze formative. Spesso, ricevendo risposte negative dalle imprese sognate, lo studente si accontenta della prima azienda o ancora di più ente pubblico  che si rende disponibile. Questa situazione porta lo studente spesso a demotivarsi e svolgere il minimo indispensabile.


14379775_621548891353713_5497486949233736238_oCome risolutore dei propri problemi nasce UninJob. Da un’idea di alcuni studenti dell’Università di Trento, appartenenti alla Junior Enterprise nasce un portale utile a trovare  il punto di incontro tra la domanda delle aziende e l’offerta dei tirocinanti. Il progetto UninJob ha
come obiettivo quello di realizzare un portale online per fornire uno strumento in grado di aggregare l’offerta dei tirocini in un'unica piattaforma nazionale liberamente consultabile dagli studenti e dai uffici placement. Potrebbe essere l’occasione giusta, ad esempio per uno studente, che si occupa di aziende turistiche e studia nel nord Italia di svolgere il proprio periodo di formazione sul campo in Sardegna o in Sicilia o viceversa.

Altro scopo potrebbe essere  di  fornire uno strumento utile agli studenti per facilitare la ricerca dell’offerta di tirocinio abbattendo i confini territoriali degli atenei. Lo studente così potrà  avere una scelta più ampia: “fare il tirocinio CHE vuole, DOVE vuole”. In un contesto sempre più globalizzato e europeo la possibilità svolgere il proprio tirocinio in una regione differente rispetto a quella dell'ateneo può costituire un’opportunità di crescita e di carriera totalmente diversa rispetto al sistema attuale.

Jade Italia e tutto il network delle Junior Enterprise, compresa Jeca credono in questo progetto. Augurandosi che tale progetto possa essere utile per  le prossime generazioni, aprendo nuove possibilità allo studente e permettendogli di sviluppare maggiormente le proprie conoscenze e capacita, migliorando e favorendo l’entrata di futuri dirigenti e imprenditori nel terribile mondo del lavoro.

Vi invitiamo a seguire UninJob su facebook al seguente link: facebook.com/uninjob.

Luca Usai

Efisio Farci

 

JECA – Junior Enterprise Cagliari

20/09/2016

JECA, acronimo di Junior Enterprise Cagliari, è un’associazione senza scopo di lucro che opera sul mercato collaborando con le imprese del territorio. La Junior Enterprise è un’associazione no-profit formata da studenti universitari capaci e motivati che ambiscono a mettere in pratica le competenze acquisite nelle aule universitarie grazie all'immersione in progetti e lavori commissionati da differenti imprese che desiderano interfacciarsi con questa realtà.

JECA, acronimo di Junior Enterprise Cagliari, è un’associazione senza scopo di lucro che opera sul mercato collaborando con le imprese del territorio. La Junior Enterprise è un’associazione no-profit formata da studenti universitari capaci e motivati che ambiscono a mettere in pratica le competenze acquisite nelle aule universitarie grazie all'immersione in progetti e lavori commissionati da differenti imprese che desiderano interfacciarsi con questa realtà.

JECA - Quali sono i vantaggi per uno studente?

Far parte di una Junior Enterprise, sicuramente, è un aspetto che uno studente deve tenere in considerazione se desidera interfacciarsi nel mondo del lavoro prima di aver concluso gli studi. Diventare un Junior Enterpreneur offre
jeca_ombra-scritta numerose 
opportunità a tutti gli studenti che vogliono acquisire nuove
competenze pratiche al di là delle nozioni teoriche acquisite sui libri universitari. Una volta entrati a far parte dell’organizzazione dopo un’attenta selezione, lo studente avrà l’opportunità di lavorare a dei 
progetti di lavoro reali gestendo in prima persona una realtà aziendale. La retribuzione del Junior Enterpreneur non sarà monetaria in quanto, essendo JECA un’organizzazione no-profit, i profitti verranno reinvestiti nell'associazione per migliorarne l’efficienza. Il “compenso” di cui lo studente potrà beneficiare sarà la possibilità di inserire nel curriculum vitae la sua esperienza lavorativa maturata durante la permanenza all'interno dell’associazione e, aspetto più importante, le capacità professionali acquisite durante il percorso.

 

JECA - Quali sono i vantaggi per un’impresa?

Perché un’impresa dovrebbe avere interesse a rapportarsi con una Junior Enterprise? La domanda potrebbe essere spontanea ma la risposta è tutt’altro che scontata. L’impresa che stabilisce dei rapporti di collaborazione con una Junior Enterprise ha la sicurezza di confrontarsi e di lavorare con un team di studenti qualificati e preparati con l’ambizione di mettersi alla prova e di utilizzare tutte le conoscenze in possesso per rispondere meglio alle esigenze del cliente, che si configura nell'impresa.

JECA - Punti di forza

JECA, come tutte le Junior Enterprise presenti in Europa, gode di

Proud smiling businessman standing with his colleagues at office

numerosi punti di forza. La flessibilità e l’attenzione alle esigenze di ogni cliente sono aspetti che vengono soddisfatti grazie alla presenza di un team di persone affiatate, motivate e fortemente determinate ad eseguire il proprio lavoro nel migliore dei modi. Tra le capacità dei soggetti facenti parte dell’associazione troviamo, sicuramente, un forte spirito imprenditoriale e un orientamento al risultato tipico di una persona ambiziosa. I Junior Enterpreneur sono studenti universitari, molti dei quali già in possesso di una laurea triennale, con l’attitudine e la motivazione a gestire e risolvere problemi complessi utilizzando un approccio professionale e innovativo, tipico delle persone dinamiche e ambiziose.

 

JECA - Prospettive Future

JECA fa parte del network JADE Italia, il quale continua a crescere
jadenotevolmente in tutto il territorio nazionale. JECA è un’organizzazione formata da un team di persone unite dalla stessa motivazione, ossia quella di mettersi alla prova e di affrontare nella maniera più professionale possibile tutte le sfide che il mercato propone. L’obiettivo di JECA è quello di lavorare continuamente per fornire agli studenti che fanno parte dell’associazione opportunità sempre nuove e stimolanti per far sì che la formazione che l’esperienza in una Junior Enterprise offre loro sia sempre più efficace ed efficiente.